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Lupi ululano.
Non è notte ma un giorno onice.
Fermati.
Fermami.
Aiutami.
Voglio ascoltare il fruscio dei segreti striscianti
nella mia selva.
Trasformarmi.
Senza nessuna garanzia.
Cane ferito.
Non posso scappare via.
RESTARE.
Nuova di zecca.
Lasciare il pelo vecchio nel fosso.
Andare verso la città.
Chi sono?
Belva nuovamente affamata e anima.
Nuovamente salva.
Schegge di fiato
SCHEGGE DI FIATO
Nella mia casa c’è pioggia
non troverai riparo
presto
corri via.
Imbiancherai le tue ferite di sale
lontano da qui.
Rotolerai nel tuo secco rifugio
a un chilometro dalla primavera.
Nei quattro angoli del sentiero
brulicherà la tua lussuria
e saranno
soltanto schegge le tue preghiere
schegge di fiato mescolate al fango.
Agosto
AGOSTO
Agosto. Sono sdraiata sul letto.
Disegni di fiori sui cuscini.
Braccio piegato sotto la testa.
Le persiane sono chiuse,
ma la luce si appoggia a righe sul soffitto.
Chissà perché la luce,
in questa forma,
mi ha sempre fatto venire in mente la prigionia.
C’è una crepa sottile e lunga
vicino alla lampada con l’orlo dorato.
Penso a tutte le cose
che ho da osservare.
E penso. Come sarebbe.
Se improvvisamente
non avessi nient’altro da osservare
se non questa crepa sul muro. Penso.
A come una cosa che sa così di vecchio
possa diventare la scia dietro l’aeroplano,
il vortice dell’uragano,
il cammino di Santiago,
il meridiano che taglia Praga vicino alla Moldava.
Il sentiero che ti riporta a casa dai campi,
la striscia dove combattono i soldati –
caschi verdi dietro a muri bianchi troppo bassi –
e accanto –
la fila indiana delle persone in fuga dalla miseria,
con la mano nella mano
a un bimbetto di cinque anni che guarda per terra,
e sulle spalle un sacco pieno solo di dignità. Penso.
Alle cose a cui do senso.
A quelle che di senso ne hanno davvero.
E a quelle a cui senso non l’ho trovato mai.
Penso. Alle cose importanti.
Alle cose costanti.
Alle cose che durano istanti.
Penso alle cose piccole. A quelle pesanti. E a quelle vibranti.
Penso all’amore.
Penso a una canzone.
E questa crepa sul muro non sa più di vecchio ma di immenso.
Agosto
Agosto.Sono sdraiata sul letto.Disegni di fiori sui cuscini,braccio piegato sotto la testa.Le persiane sono chiuse,la luce si appoggia a righe sul soffitto. Chissà perchè la luce,in questa forma ,mi ha sempre fatto venire in mente la prigionia.C’è una crepa sottile e lunga vicino alla lampada con l’orlo dorato.
Penso a tutte le cose che ho da osservare. E penso. Come sarebbe.
Se improvvisamente non avessi nient’altro da osservare se non questa crepa sul muro. Penso. A come una cosa che sa così di vecchio possa diventare la scia dietro l’aeroplano,il vortice dell’uragano,il cammino di Santiago,il meridiano che taglia Praga ,il sentiero che riporta a casa dai campi,la striscia dove combattono i soldati-caschi verdi dietro a muri troppo bassi-e accanto-la fila indiana delle persone in fuga dalla miseria,con la mano nella mano a un bimbetto di 5 anni che guarda per terra e sulle spalle un sacco pieno solo di dignità.Penso. Alle cose cui dò senso. A quelle che di senso ne hanno davvero.A quelle a cui il senso non l’ho trovato mai.Penso alle cose importanti,alle cose che durano istanti.Penso alle cose piccole,a quelle pesanti,a quelle vibranti.
Penso all’amore.penso a una canzone. E quella crepa sul muro non sa più di vecchio ma d’immenso.
Abito cieli vicini
Doro Hofmann - “in a diamond” from the series: “Lost Icons” (detail 1), Oil on canvas;
34”x 40”; 86x100cm; August 2007
Raffiche
“Vengo da te. Ti metti seduto. Mi sistemo sopra di te.
Con le braccia ti cingo la testa sul mio petto.
Ti faccio l’amore finchè non partiamo,insieme.
Torniamo a casa,in quel punto del cosmo
dove abita la nostra estasi.
Quando i sussulti si attenuano, ti alzo un pò il mento
lo accarezzo piano e tra i baci te lo dico così che ti amo.
A raffiche.”
oro sulle scale
Mordimi le labbra
respirami la pancia
coi tuoi sorsi dorati.
Fammi finire.
E poi lasciami.
Lasciami sola.
Spettinata.
Con le calze rotte.
Con il fiato sbriciolato di lato.
Con lo sguardo dietro.
Con l’odore che avanza
di noi sulle scale.
Oro
sulle scale.
Apollo
“Apollo contina ad affascinarmi… Continuo a dipingerlo…incessantemente.”
“Il riposo di Apollo” (particolare)
Workinprogress olio su tela 50X70
Emma
“Una tovaglia cerata bianca con i fiori rosa. entravamo in casa e mettevi su il thè.
E adesso posso anche dirtelo,non è che mi piacesse poi tanto il thè,ma il tuo sì.
Sai,l’ho voluta tenere io la tua teiera grigia,e anche la tazza del Mago Gi.
I tuoi centrini beige dappertutto,anche sul bracciolo della poltrona.
Ti sedevi sulla sedia a dondolo mentre aspettavamo il bollore dell’acqua.
Parlavamo. Di mio figlio,e dei libri che leggevi tu. Ti alzavi.
Guardavo il tuo concio grigio e la tua panciona sotto al grambiule.
Bacio sulla porta prima di andare via.
Poi ti sei ammalata,però all’ospedale mi avevano detto che saresti guarita.
Ti ho pulito casa. Volevo trovassi tutto in ordine ma non sei più tornata.
Ho pulito per gli angeli dopo,per quando son venuti a disseminare te anche nella più piccola cianfrusaglia.
Tu mi hai passato l’amore per le cose da niente, così come con uno starnuto si passa un raffreddore.Quando respiravi tu l’amore era nebulizzato nell’ari.Per questo ti penso mentre salo i pomodori,o dentro una briciola. Perchè il sapore,me l’hai insegnato tu.”




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